Il mulino a torre di Pakenham: la torre nera del Suffolk che macina ancora
Nella campagna cerealicola del Suffolk, pochi chilometri a est di Bury St Edmunds, una sagoma scura domina i campi del villaggio di Pakenham: un'alta torre di mattoni rivestita di catrame nero, sormontata da una cupola bianca, con quattro grandi pale e, sul retro, una piccola ruota eolica di orientamento. È il mulino a vento di Pakenham, uno dei mulini a torre meglio conservati d'Inghilterra, mantenuto in condizioni di funzionamento e non ridotto a scenografia. Il villaggio, poi, custodisce un primato che quasi nessun altro luogo inglese può vantare: a valle, lungo il corso d'acqua della parrocchia, lavora ancora anche uno storico mulino ad acqua. Per questo Pakenham si presenta, con giustificato orgoglio, come il villaggio dei due mulini.
Il villaggio dei due mulini
Per capire quanto Pakenham sia raro bisogna ricordare che fine ha fatto il paesaggio molitorio inglese. Migliaia di mulini a vento e ad acqua macinavano un tempo il grano del paese; la stragrande maggioranza è scomparsa, è stata trasformata in abitazione o sopravvive come guscio vuoto. Pakenham viene spesso descritto come l'unico villaggio d'Inghilterra in grado di mostrare, funzionanti, entrambe le grandi famiglie di mulini. Quello ad acqua occupa il fondovalle, su un sito la cui storia molitoria affonda le radici in molti secoli di attività; quello a vento presidia invece l'altura, dove la brezza corre libera sopra i campi. Insieme raccontano per intero l'energia del mondo preindustriale: l'acqua per il lavoro costante e affidabile della valle, il vento per le terre esposte che nessun torrente poteva servire. Che una stessa comunità li abbia mantenuti entrambi, e che si sia battuta per salvarli quando la loro vita commerciale si è spenta, è un intreccio di fortuna e ostinazione che gli appassionati di patrimonio attraversano mezzo paese per vedere.
Una torre costruita per durare
Il mulino di Pakenham appartiene all'ultima generazione di mulini a vento inglesi, la più matura sul piano tecnico. È un mulino a torre: un fusto di mattoni fisso e leggermente rastremato, in cui soltanto la calotta in sommità ruota per portare le pale contro il vento. Rispetto all'antico mulino a cassone girevole, che andava spinto a braccia attorno a un palo centrale, il vantaggio era enorme: il mugnaio otteneva un edificio solido, assai più resistente al fuoco e alle intemperie, diversi piani di lavoro, spazio per più coppie di macine e la stabilità necessaria a pale più grandi e potenti. La copertura di catrame nero non è un vezzo, ma una consuetudine dell'Inghilterra orientale: il catrame sigilla la muratura contro le piogge battenti e regala a questi mulini la loro inconfondibile silhouette scura sotto il vasto cielo dell'East Anglia. La torre fu innalzata nell'Ottocento, quando l'arte dei costruttori di mulini della regione toccava il suo vertice.
Pale a persiana e rosa dei venti: il mulino quasi autonomo
Due invenzioni rendono un mulino a torre tardivo come questo una macchina sorprendentemente autonoma, ed entrambe si osservano a Pakenham. La prima sono le pale a persiana, le cosiddette patent sails: al posto delle tele che il mugnaio doveva arrampicarsi a tendere o ammainare a ogni cambio di tempo, queste pale montano schermi mobili collegati tra loro, che si aprono e si chiudono con un solo comando e che, sotto una raffica, lasciano sfogare il vento da soli prima che il meccanismo vada fuori giri. La seconda è la piccola ruota eolica posteriore, il fantail degli inglesi: quando il vento gira, la colpisce di sbieco, essa si mette a ruotare e, attraverso una serie di ingranaggi, fa lentamente ruotare l'intera calotta finché le pale maggiori non tornano perfettamente controvento. Grazie a questi due dispositivi il mulino a vento smise di pretendere una sorveglianza continua e lasciò il mugnaio libero di dedicarsi al grano e alle macine.
Dalla pala alla macina: il cammino della forza
Dentro la torre, la potenza del vento scende attraverso una cascata di ingranaggi di legno e ferro il cui principio è rimasto quasi immutato per secoli. Le pale fanno girare l'albero motore alloggiato nella calotta; su di esso è calettata la grande ruota dentata sul cui bordo agisce anche il freno di legno che permette di fermare il mulino. Questa ruota ingrana la lanterna in cima al grande albero verticale, che porta il moto giù per i piani fino alla grande ruota inferiore, dalla quale piccoli pignoni trascinano le coppie di macine: una macina dormiente, fissa, e sopra di essa la macina girante. Il grano sale ai piani alti con un montasacchi azionato dal mulino stesso, poi ridiscende per tramogge e canalette fino all'occhio della macina girante. L'arte del mugnaio sta tutta nelle regolazioni: la distanza tra le macine, il flusso del grano e, soprattutto, l'orecchio. Un mulino ben condotto ronza; uno affamato o ingolfato brontola, e il mugnaio esperto sente il difetto prima ancora di vederlo.
Un mestiere in ascesa, un mestiere condannato
Un mulino come quello di Pakenham era un'impresa, non un capriccio. Il Suffolk dell'Ottocento era uno dei grandi granai d'Inghilterra e ogni parrocchia aveva bisogno di farina per il pane e di macinato per il bestiame. Il mugnaio era una figura centrale della vita del villaggio, metà commerciante e metà meccanico: curava pale e ingranaggi, ravvivava le macine e trattava con gli agricoltori nei giorni di mercato. Ma lo stesso secolo che portò il mulino a vento alla perfezione ne firmò anche la condanna. Il vapore, e più tardi i grandi molini a cilindri costruiti nei porti per lavorare il grano d'importazione, resero via via antieconomica la macinazione a vento. Una dopo l'altra, le pale del Suffolk si fermarono. Molti mulini tirarono avanti macinando mangimi o affiancando un motore al vento. Quello di Pakenham fu tra i sopravvissuti più tenaci e servì l'agricoltura locale ben oltre l'epoca in cui la maggior parte dei suoi coetanei aveva perso le pale: è in gran parte per questo che il suo meccanismo è rimasto abbastanza completo da poter essere restaurato.
Salvato dai suoi: il restauro come lavoro senza fine
A salvare un mulino non è quasi mai il caso: sono le persone. Quando la macinazione commerciale a vento cessò, la torre di Pakenham avrebbe potuto imboccare la solita strada: infiltrazioni nella calotta, una pala perduta alla prima burrasca, poi la lenta agonia del meccanismo. Andò diversamente: il mulino fu tutelato come edificio storico e divenne oggetto di un paziente lavoro di restauro, nel solco della vivace tradizione di salvaguardia dei mulini che caratterizza il Suffolk. Tenere in efficienza un mulino è una fatica ingrata e perpetua: le pale e le loro armature sono imponenti opere di carpenteria dalla vita limitata sotto le intemperie e vanno periodicamente rifatte; la calotta deve restare stagna, la ruota di orientamento equilibrata, il freno sicuro. La ricompensa è che Pakenham resta un autentico mulino a vento in attività: nei giorni di apertura si possono vedere le pale girare e si capisce in un istante ciò che nessuna vetrina può trasmettere — questa è una macchina, progettata per trasformare l'aria in farina.
Sulla mappa
Il mulino di Pakenham è una sola torre tra le centinaia di mulini storici censiti sulla nostra mappa interattiva. Ingrandite il Suffolk per trovare il villaggio dei due mulini, poi esplorate l'East Anglia, il paesaggio molitorio più fitto d'Inghilterra, oppure saltate in un altro paese e confrontate il modo in cui altri mugnai hanno risolto gli stessi problemi con il vento. Ogni segnaposto apre una piccola finestra sull'epoca in cui era il cielo a far girare le macine.