← Torna al blog

Nashtifan: i mulini a vento millenari dell'Iran che girano ancora

Quando i geografi arabi e persiani del Medioevo descrivevano le terre di confine dell'Iran orientale, annotavano con stupore una cosa che altrove non esisteva: mulini mossi dal vento. Già nel nono e nel decimo secolo raccontavano di una regione, il Sistan, dove gli abitanti imbrigliavano le tempeste per macinare il grano e sollevare l'acqua. Mille anni dopo, quella tecnologia non è un ricordo d'archivio. A Nashtifan, cittadina della provincia del Razavi Khorasan vicino al confine afghano, una lunga schiera di mulini in terra cruda, chiamati asbad, gira ancora quando arriva il vento estivo, e le sue macine trasformano ancora il frumento in farina come ai tempi delle carovane.

Le testimonianze dei geografi medievali

I mulini di Nashtifan appartengono alla famiglia di macchine eoliche più antica di cui abbiamo notizia. Le descrizioni dei viaggiatori e degli studiosi dell'epoca islamica classica sono tra le prime attestazioni affidabili di mulini a vento in assoluto, ed è per questo che gli storici della tecnica indicano spesso questo angolo dell'altopiano iranico come una culla dell'energia eolica. Un aneddoto molto citato spinge lo sguardo ancora più indietro: nel settimo secolo un prigioniero persiano in Arabia si sarebbe vantato di saper costruire un mulino mosso dal vento. La storia non si può verificare, ma dice qualcosa di importante: le generazioni successive consideravano l'arte dei mulini a vento un sapere persiano antichissimo. Quando i primi mulini europei ben documentati compaiono nelle fonti scritte, nel dodicesimo secolo, con il loro asse orizzontale del tutto diverso, le macchine della Persia orientale hanno già secoli di lavoro alle spalle. Se l'idea sia migrata verso ovest lungo le rotte commerciali o se l'Europa l'abbia reinventata per conto proprio resta una questione aperta e molto discussa.

Nashtifan, il paese punto dalla tempesta

Il motore di tutto è un vento così affidabile da avere un nome proprio. Ogni anno, dalla tarda primavera all'inizio dell'autunno, un vento settentrionale implacabile scende dalle alture dell'Asia centrale e spazza le pianure del Khorasan e della regione storica del Sistan. I persiani lo chiamano bad-e sad-o-bist-roz, il vento dei centoventi giorni. Soffia con una costanza sorprendente, giorno dopo giorno per un'intera stagione, e le sue raffiche possono toccare velocità nell'ordine dei 120 chilometri orari. Per i contadini un vento simile è una prova durissima; per i mugnai fu un dono. Poiché arriva da una direzione prevedibile e dura mesi, i costruttori di Nashtifan non ebbero mai bisogno delle calotte girevoli e dei timoni con cui i carpentieri europei avrebbero poi inseguito brezze mutevoli: orientarono le loro macchine una volta per tutte verso il vento che torna ogni estate. Perfino il nome della cittadina viene spiegato dalla tradizione locale con parole persiane che alludono alla puntura della tempesta, come se il vento fosse scritto nell'identità stessa del luogo.

Un rotore che gira come una giostra

Quasi tutto, in un asbad, rovescia l'immagine consueta del mulino a vento. Niente pale rivolte al cielo: ogni mulino è un edificio a due piani in mattoni crudi. Nella camera superiore sta il rotore, un robusto albero verticale di legno a cui sono fissate pale rettangolari di listelli e fasci di canne, disposte attorno all'asse. Il vento entra da un'alta fessura nel muro, colpisce le pale su un solo lato dell'albero e fa ruotare l'insieme in orizzontale, come una giostra o una porta girevole. Il muro d'argilla è parte integrante della macchina: ripara le pale che risalgono controvento, perché senza questa asimmetria le forze si annullerebbero a vicenda e nulla si muoverebbe. Gli ingegneri classificano questo dispositivo tra le panemone, macchine a resistenza di estrema semplicità. Da una brezza data ricavano meno energia delle vele portanti dei mulini europei, ma ripagano quella minore efficienza con un vantaggio decisivo: l'albero scende dritto nella sala di macinazione sottostante e fa girare direttamente la macina superiore. Niente ingranaggi, niente ruote dentate, niente trasmissioni complicate. In alto il vento, in basso la farina.

Costruiti con la terra del deserto

Gli asbad sono architettura quanto meccanica, e questa architettura è fatta quasi interamente di ciò che offre il territorio: argilla, paglia, mattoni essiccati al sole e quantità parsimoniose di legno e canne. Le pareti portano il tradizionale intonaco persiano di argilla impastata con paglia tritata, che dà agli edifici la loro calda pelle color ocra. A Nashtifan diverse decine di mulini stanno spalla a spalla in un'unica lunga schiera sul crinale ai margini dell'abitato, con un'altezza complessiva di circa venti metri sopra la pianura. La collocazione è ingegnosa due volte. In posizione elevata, i mulini catturano il vento più forte e più pulito; disposti in fila continua, funzionano anche da barriera frangivento che ripara le case, i cortili e gli orti raccolti alle loro spalle. Le alte aperture d'ingresso delle camere superiori agiscono da imbuti: restringono il flusso d'aria e lo accelerano prima che colpisca le pale, un pezzo di aerodinamica intuitiva ottenuto con semplici muri di fango. Pannelli di legno permettevano di regolare l'afflusso quando la tempesta si faceva troppo violenta. Se i mulini hanno attraversato i secoli, è solo perché ogni generazione ha rappezzato l'intonaco, sostituito le pale consumate e riparato ciò che il vento aveva levigato.

La stagione della macinatura

Il lavoro agli asbad seguiva il calendario del vento, e quel calendario era generoso: la stagione delle tempeste comincia più o meno quando il raccolto del grano è al sicuro. Le famiglie portavano il frumento sul crinale e il mugnaio faceva il resto. Versava il grano nelle tramogge di legno da cui scendeva tra le macine della camera inferiore, giudicava la finezza della farina sfregandola tra le dita e capiva dal cigolio delle travi se il rotore correva troppo. Non esistevano freni in senso moderno: condurre un asbad con vento forte significava lavorare sulle aperture e sul flusso del grano, non lottare contro la tempesta. Per secoli questa organizzazione fece dei mulini un centro della vita locale, il luogo in cui il grano della regione diventava il suo pane. Negli ultimi decenni quel ruolo economico si è spento e la sopravvivenza del sito è dipesa da pochissime mani. Un anziano custode, Ali Muhammad Etebari, è diventato discretamente famoso grazie a un breve documentario per aver continuato a curare i mulini quasi da solo, chiedendosi ad alta voce chi avrebbe raccolto il testimone. La sua inquietudine riassume la posta in gioco: gli edifici sono solo metà dell'eredità, il sapere che li fa funzionare è l'altra metà.

Un patrimonio fragile

L'Iran ha riconosciuto il valore del sito iscrivendo i mulini di Nashtifan tra i monumenti nazionali nel 2002, e gli asbad della regione sono stati proposti per la lista propositiva del patrimonio mondiale UNESCO. Ma un riconoscimento sulla carta non tiene in piedi muri di terra cruda. Lo stesso vento che muove i mulini li consuma; la farina industriale ha tolto loro da tempo ogni ragione commerciale di esistere; e i giovani delle piccole città del Khorasan se ne vanno, come ovunque. Resta un monumento di rilievo mondiale: una risposta completa, leggibile e ancora funzionante alla domanda su come gli esseri umani abbiano trasformato per la prima volta l'aria in movimento in lavoro utile. E il fatto che gli ingegneri di oggi tornino a progettare turbine ad asse verticale per tetti e città regala al luogo un'attualità inattesa: il collaudo di lunga durata avviato su questo crinale dell'Iran orientale va avanti da circa mille anni, e non è ancora concluso.

Sulla mappa

Nashtifan si trova nella contea di Khaf, nel Razavi Khorasan, e la troverete insieme a migliaia di altri mulini storici e funzionanti sulla nostra mappa interattiva. Ingrandite l'Iran orientale per collocare gli asbad nel loro paesaggio, poi spostatevi verso ovest e confrontateli con i mulini a torre del Mediterraneo e con i mulini a calotta dei Paesi Bassi. Pochi viaggi sulla mappa abbracciano tanti secoli di energia eolica in un solo colpo d'occhio.